Nella gabbia di Bruxelles

Nei prossimi giorni la Commissione europea diffonderà un rapporto sul fisco italiano la cui sostanza è stata anticipata ieri dal Sole 24 Ore: l’esecutivo comunitario sostiene che il divario tra entrate stimate ed entrate effettive è stato pari a 36,1 miliardi di euro nel 2011, l’Italia è  il paese che versa meno degli altri l’imposta sul valore aggiunto (Iva). Il report è un’ulteriore spinta proveniente da Bruxelles, dopo che martedì il commissario agli Affari economici Olli Rehn aveva suggerito di aumentare l’Iva dal 21 al 22 per cento col fine di rimediare alla abrogazione dell’Imu; salvo poi affermare ieri, per mezzo del portavoce, che spetta al governo italiano decidere.
17 AGO 20
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Nei prossimi giorni la Commissione europea diffonderà un rapporto sul fisco italiano la cui sostanza è stata anticipata ieri dal Sole 24 Ore: l’esecutivo comunitario sostiene che il divario tra entrate stimate ed entrate effettive è stato pari a 36,1 miliardi di euro nel 2011, l’Italia è il paese che versa meno degli altri l’imposta sul valore aggiunto (Iva). Il report è un’ulteriore spinta proveniente da Bruxelles, dopo che martedì il commissario agli Affari economici Olli Rehn aveva suggerito di aumentare l’Iva dal 21 al 22 per cento col fine di rimediare alla abrogazione dell’Imu; salvo poi affermare ieri, per mezzo del portavoce, che spetta al governo italiano decidere. L’impossibilità etero-guidata di scongiurare, come si pensava, l’incremento dell’Iva ha mandato il governo di Enrico Letta in fibrillazione. Ormai pare chiuso nella gabbia di Bruxelles. Non è infatti per il mancato gettito Imu che si dovrebbe aumentare l’Iva (come dice Rehn sbagliando, perché le coperture ci sono già). Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, infatti, vorrebbe aumentare l’Iva per ridurre il cuneo fiscale sui costi del lavoro per 4 miliardi annui (lo 0,25 per cento del pil) in ossequio alle richieste della Confindustria e della Commissione Ue. Il guaio, facile da prevedere, è che l’aumento dell’Iva colpirebbe la domanda di consumi e, riducendo il potere di acquisto, creerebbe una nuova spinta recessiva. Il beneficio sui costi del lavoro ci sarebbe solo per le imprese operanti nel commercio internazionale: è una mera aspirina. Infatti la nostra competitività è ostacolata dal ristagno della produttività, derivante dalla rigidità dei contratti di lavoro. Rimuoverla è la vera priorità anche secondo la Commissione europea, oltre che per la Banca centrale europea.
Con l’aumento dell’Iva si scaricherebbe sulla collettività un beneficio per pochi imprenditori. E la riforma del mercato del lavoro e le riorganizzazioni necessarie per accrescere la produttività sarebbero rimandate più in là nel tempo, per un periodo indefinito. Alla pigrizia verso tale riforma (che pare una malattia congenita) si aggiungerebbe la pigrizia di un aumento delle imposte, e il rilancio della produttività (già furbescamente compromessa dai veti sindacal-confindustriali nel post Monti) diventerebbe uno sfocato miraggio. Ma non è proprio quello che vogliono i concorrenti tedeschi per tenerci ancora più indietro rispetto a loro? E noi di certo non ci divincoliamo ma anzi li aiutiamo, scegliendo fra tutte le ricette che ci suggerisce l’Europa quella che ci fa più male. Purtroppo sembra sia meglio languire nella gabbia dei diktat, anziché ascoltare i molteplici suggerimenti degli organismi internazionali che pure da tempo ci invitano a sbloccare (con sforzo politico) un mercato del lavoro ingessato.